Un giorno d'estate con Viviana Picchiarelli

 Buongiorno con una nuovissima intervista autore!

Abbiamo con noi Viviana Picchiarelli, che ringrazio nuovamente ❤️


Ciao e grazie per essere qui! Per prima cosa presentati, cosa fai nella vita.

Ciao, grazie a te per l’ospitalità! Mi chiamo Viviana Picchiarelli, sono nata ad Assisi nel 1979 e vivo tra Perugia e Assisi. Sono un funzionario pubblico e una scrittrice. Ho all'attivo cinque romanzi: due pubblicati da Newton Compton Editori e tre da Bertoni Editore. Per quest’ultimo, sono in cantiere altre due storie che dovrebbero uscire nel 2027 e nel 2028.



Descriviti con tre aggettivi.

Ostinata. Curiosa. Contraddittoria.



Come ti sei avvicinata alla scrittura?

A seguito di un percorso psicoterapeutico. Negli anni, poi, ho cercato di approcciare la scrittura nella maniera più professionale possibile seguendo corsi e master di scrittura. Ho frequentato seminari di scrittura creativa e cinematografica, il Corso di Alta Formazione Il piacere della scrittura all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e sono entrata a far parte del gruppo letterario WOMEN@WORK. Nel 2017 ho vinto uno dei contest settimanali di Plot Machine, su Rai Radio1.



Quando hai pubblicato il tuo primo libro? L'ultimo invece?

Il primo, La locanda delle emozioni di carta, del 2013, ora fuori commercio perché i diritti sono stati acquistati da Newton Compton Editori, che l'ha rilanciato sul mercato qualche anno dopo. L'ultimo è Il confine dei silenzi, Bertoni, uscito ad aprile 2025.




Di cosa tratta?

La protagonista è Clara Rossetti, psicoterapeuta sorda, che decide di candidarsi a sindaca a Terravecchia del Monte, un paese immaginario dell'Appennino umbro dove il potere si tramanda dentro la stessa famiglia, i Cairoli, da generazioni. Intorno a Clara si muovono altri silenzi, quelli che le famiglie custodiscono, quelli della provincia che fa finta di non vedere, quelli che gli altri le impongono prima ancora che apra bocca. La sordità non è un tema in sé, ma il prisma attraverso cui si leggono le relazioni, i conflitti e le contraddizioni di tutti i personaggi.



Se ne avessi la possibilità cambieresti qualcosa nel tuo ultimo scritto?

Qualcosa si cambierebbe sempre. Forse darei più spazio a un paio di figure secondarie che durante la scrittura hanno preso una voce che non avevo previsto.



Che genere tratta il tuo libro e come mai proprio quello?

Women's Fiction. È il genere in cui mi sento più libera di lavorare sulle vite interiori delle donne senza doverle mettere al servizio di un congegno di trama che chieda loro altro. Mi interessa quello che le donne decidono, e quello che scelgono di tacere. E mi interessa l'Italia di provincia, perché è una dimensione che conosco bene e mi permette di lavorare su persone che non si possono mai sottrarre del tutto allo sguardo degli altri.



Cosa non deve mai mancare secondo te in un romanzo? Ergo, cosa non manca mai quindi nei tuoi scritti?

Una donna che fa una scelta. Non per forza eclatante, ma una scelta che cambia qualcosa. E un luogo preciso. I miei romanzi sono tutti ben collocati geograficamente, anche se i luoghi possono non essere reali.



Se dovessi associare un colore ai tuoi scritti quale assoceresti e perché.

Il bianco, perché è il colore della pagina prima che ci si scriva sopra, e di tutto quello che resta fuori dalla scrittura. Il non detto dei personaggi è decisamente più interessante da restituire al lettore.



Che emozioni provi nel sapere che un tuo libro, una tua idea, può essere letta da altre persone?

Riconoscenza, soprattutto. E un briciolo di pudore, perché si espone sempre qualcosa di sé stessi, benché si cerchi di fare più di un passo indietro rispetto alla proprie storie.



Hai dei retroscena da svelarci che nessuno sa nel tuo ultimo libro?

Tutti sanno che Il confine dei silenzi nasce da una sfida che mi ha proposto il mio editore, Jean Luc Bertoni: scrivere una storia sulla sordità. La mia prima reazione è stata di esitazione. Il rischio di banalizzare o strumentalizzare un tema così delicato era concreto. Poi ho capito che l'unico modo per affrontarlo era non scrivere un romanzo sulla sordità, ma un romanzo in cui la sordità diventasse il prisma per leggere tutto il resto. È cominciato un lavoro di documentazione profondo, fatto di saggi, di autobiografie, di profili social di persone sorde che raccontavano la propria esperienza con un'ironia che non avevo previsto. Da lì è venuta una consapevolezza fondamentale, che ho dovuto restituire nel romanzo: la sordità non è la stessa per tutti.

Praticamente nessuno sa, però, che il finale della prima stesura era completamente diverso. Avevo lavorato a quel finale per mesi, pensando che fosse l'unico possibile. Poi l'ho riletto a distanza di qualche settimana e ho capito che non lo era. Ho riscritto gli ultimi dieci capitoli in una settimana scarsa.



Se ne avessi la possibilità, con quale dei tuoi personaggi trascorreresti un giorno e perché.

Con Clara, senza dubbio. Vorrei sapere come ascolta lei il rumore di un paese come Terravecchia, cosa coglie e cosa lascia fuori. E vorrei vedere come mi tratta una donna che ha imparato a non lasciare a nessun altro la facoltà di definirla.



Stai scrivendo altro? Hai progetti futuri?

Sì. Sto per consegnare un manoscritto alla Bertoni Editore, che esplora il rapporto tra disagio psichico e arte. È un libro che mi sta chiedendo molto, sia per la documentazione che per la scrittura. Subito dopo inizierò a lavorare su una storia ambientata a Venezia e che gravita attorno al mondo editoriale. In parallelo ho un altro romanzo in lettura presso alcune agenzie. Insomma, il da fare non mi manca, per fortuna.



Se dovessi augurarti qualcosa per il futuro cosa sarebbe?

Di continuare a trovare il tempo per scrivere.



Ti ringrazio per essere qui e se vuoi lasciami la tua pagina autore Social.

Grazie a te per lo spazio. Mi trovate su Facebook e Instagram, digitando semplicemente il mio nome.


ESTRATTO:

[...] Emozionata, si avventurò tra le righe dell’introduzione:


Ci sono viaggi tanto necessari, quanto dolorosi.

Come scrivere un libro del genere. Almeno, per me, è stato così.

Sono stato corrispondente di guerra per molti anni. Ho visto e raccontato orrori inimmaginabili, ho dato voce a chi non ne aveva. In quei luoghi devastati dal conflitto, di silenzi ne ho conosciuti diversi: quello della paura che paralizza, della disperazione che annienta, dell’attesa che consuma.

E, più di ogni altro, quello straziante della morte.

In Siria, ultimo teatro di guerra che ho vissuto in prima persona, ho incontrato anche un altro tipo di silenzio: quello imposto dalla sordità.

Questo libro nasce dall’incontro con due donne straordinarie.

La prima è Layla, la mia interprete, che collaborava anche alla Scuola EHIS per bambini sordi di Aleppo. È stata lei a farmi comprendere per la prima volta la lotta quotidiana di coloro che tutti i giorni, a causa di una disabilità definita “invisibile”, cercano di farsi sentire in un mondo che spesso non vuole ascoltare. La sua dedizione e il suo coraggio nell’affrontare un sistema che spesso li ignora mi hanno aperto gli occhi su una lotta che va ben oltre la sopravvivenza quotidiana.

La seconda è Clara, una psicoterapeuta sorda che combatte da sempre contro pregiudizi e stereotipi e che, allo stesso tempo però, fa i conti con le proprie debolezze e contraddizioni. Non è un’eroina, ma una donna che lotta con le sue ombre, con il peso delle aspettative altrui e con i suoi stessi dubbi. Possiede la determinazione di chi non si arrende, ma anche la vulnerabilità di chi è umano.

“Il confine dei silenzi” è il tentativo di dar voce a chi vive ai margini del suono, a chi ogni giorno combatte per affermare la propria presenza in un mondo rumoroso e spesso indifferente, ma anche a chi si nasconde nell’assenza di parole e a chi vi trova rifugio per proteggersi dalle ferite del mondo. O da quelle che si autoinfligge.

Ciascuno di noi ha almeno un conto in sospeso con il non detto.

Questo libro è un tributo a chi non smette di lottare, nonostante tutto, e un invito ad ascoltare ciò che resta inespresso, fuori e dentro di noi.

Il confine dei silenzi è una linea sottile. Scegliere o meno di oltrepassarlo significa, ogni volta, confrontarsi con sé stessi e con la complessità delle emozioni umane e delle relazioni che ci definiscono.


Un abbraccio grande,

Viviana

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